Ultima recensione dell’ anno

CREATURA DI SABBIA, T.B.Jelloun

Mohamed Ahmed nasce femmina, dopo sette sorelle, pa, per volere del padre, cresce come un uomo.

La sua vera natura viene nascosta ed al suo posto si costruisce una identità inventata.

Ahmed, al contrario delle donne della sua famiglia, umiliate e relegate al ruolo di serve, viene allevato come il futuro erede, come colui che, alla morte del padre, prenderà le redini degli affari di famiglia.

Ahmed, per gran parte della sua vita, si convince di essere un uomo, soffoca la sua vera essenza, sino ad annullarla.

Decide, come consuetudine per gli uomini di una società fortemente patriarcale, di prendere moglie.

Ma, dopo la morte del padre e la malattia della madre,Ahmed vive una profonda crisi interiore.

Si isola dal resto del mondo, dedicando molto tempo alla lettura e alla scrittura di un diario, in cui confida i suoi tormenti, decidendo, infine, di fuggire. Ahmed si riappropria della sua natura femminile ed inizia una nuova vita.

La singolare storia di Ahmed viene raccontata da una serie di narratori che l’hanno conosciuto e attraverso la lettura delle pagine del diario che si è strmandato nel tempo.

Nel complesso intreccio di voci narranti, che movimentano l’intero romanzo, vengono affrontate tematiche d’interesse.

In particolare spicca l’analisi e la critica alla condizione femminile nella società islamica, che diventa il motore della storia.

Ciò che risalta, oltre alla vicenda di Ahmed,è lo stile narrativo dell’autore, altamente suggestivo, che ricorda “Le Mille e una notte”, in cui realtà e fantasia si mescolano, trascinando il lettore.

Al racconto orale fatto dai narratori si aggiungono il documento, ovvero le pagine del diario di Ahmed, e le altre testimonianze, in un continuo gioco di immagini e suggestioni che rendono questo romanzo affascinante ed originale.

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Il padre d’Italia

Mario è un ragazzo omosessuale, in un momento difficile della propria vita, che cerca di superare una delusione sentimentale.

Una sera, in un locale notturno, soccorre Mia, una ragazza incinta.

Mia è da sola, il padre del bambino che aspetta non sa della gravidanza, e la ragazza, che fa la cantante, e vive una vita movimentata, ha interrotto anche i rapporti con la propria famiglia d’origine.

Mario, allora decide di acompagnare Mia alla ricerca del padre del bambino.

I due iniziano un viaggio che li porta in giro per l’Italia, sempre più a Sud, sino ad arrivare al paesino d’origine di Mia, dove ritrova la sua numerosa famiglia, che non vedeva da anni.

La madre di Mia racconta a Mario il passato della figlia, che è sempre stata una ragazza ribelle e problematica, che non ha mai ascoltato i consigli della famiglia, scegliendo di andar via per seguire la propria strada.

Mario propone a Mia di restare lì, di ristrutturare una vecchia casa ed iniziare una vita insieme al bambino che sta per nascere, ma Mia, che all’inizio sembra d’accordo, decide di fuggire di nuovo, dopo aver partorito e lasciato la neonata in Ospedale.

Mario si attribuisce allora la paternità della piccola a cui dà il nome di Italia

Un incontro casuale tra due giovani molto diversi tra loro: lui timido, introverso, lei solare, intraprendente, anticonformista, che però si completano a vicenda.

La storia di un viaggio attraverso l’Italia, ma anche alla ricerca di sé stessi e della propria realizzazione, che per Mario consiste nella famiglia e per Mia nella libertà assoluta. Un racconto di formazione in cui s’intrecciano tematiche attuali, come quello della maternità vissuta come limite all’autodeterminazione della donna, alla paternità nelle coppie omosessuali e dei pregiudizi sociali, ma anche dei contrasti che nascono nei rapporti familiari.

HUNGRY HEARTS Tratto dal romanzo “ Il bambino indaco” di Marco Franzoso

E’ la storia di un amore malato, quello di unna madre verso il proprio figlio.

Jude e Mina sono due giovani, americano lui, italiana lei, che si incontrano per caso, nella toilette di un ristorante in cui restano bloccati. Si innamorano follemente e, dopo una breve convivenza, Mina scopre di essere incinta.

Durante i primi mesi di gravidanza Mina ha un incubo ricorrente: sogna che un cacciatore uccide a bruciapelo, davanti ai suoi occhi, un cerbiatto, che lei, inerme, vede agonizzare. Quest’incubo, così reale, la spinge inizialmente a rifiutare di mangiare carne. Ma Mina và oltre, aderendo ad una rigida dieta vegana, che influisce negativamente sullo sviluppo del feto.

Nonostante le difficoltà della gravidanza e del parto, Mina dà alla luce il suo bambino.

Ma la gioia per la maternità lascia subito il posto all’ansia incontrollata di proteggere il neonato dalle contaminazioni del mondo esterno.

Mina impone una serie di assurde regole a Jude e a chiunque si avvicini al bambino e, soprattutto decide di nutrirlo solo con verdure,semi e di curarlo con rimedi di medicina alternativa.

Jude, dopo aver assecondato Mina, preoccupato per la salute del bambino, riesce a farlo visitare di nascosto da un pediatra, che diagnostica un ritardo nella crescita, causato dall’assurda dieta imposta da Mina.

Il padre allora è costretto, per salvare la vita di suo figlio, ad alimentarlo di nascosto, sino ad arrivare alla drastica scelta di rapirlo, allontanandolo così da una madre incapace di amarlo come dovrebbe.

L’epilogo è drammatico e sconvolgente.

Un film dalla grande forza emotiva che trascina lo spettatore nella mente distorta di una madre, e nel sentimento di profondo amore di un padre, capace di tutto, pur di salvare il proprio figlio.

Una storia che fa riflettere sul tema della maternità, sul complesso ruolo dei padri, spesso ingiustamente estromessi dall’educazione dei figli, sull’erronea concezione che i figli siano da considerarsi quasi delle proprietà dei genitori, ed anche sulle derive del veganesimo. Temi attuali, trattati con schiettezza, senza mezze misure, che hanno un forte impatto, anche grazie all’interpretazione dei due attori protagonisti.

Parla,mia paura di Simona Vinci

“ Come definirla, la paura? È un’emozione. È innata nell’uomo e negli animali ed è anche un meccanismo utilissimo di difesa. Se non avessimo paura di niente e di nessuno non saremmo capaci di proteggerci dalle insidie, dai pericoli e da gesti avventati.

È anche vero però che la paura può cristallizzarsi dentro, al punto da paralizzare, rendere immobili e granitici, incapaci di decidere, scegliere, rischiare, osare. L’equilibrio tra paura e coraggio è uno dei lavori di accordatura costante che ciascuno di noi esercita ogni singolo giorno. Da quello della nostra nascita, in cui la paura è inesprimibile se non con il pianto: paura di non essere accuditi, nutriti e tenuti in vita.”

Un racconto a cuore aperto, a tu per tu con il lettore,” Parla mia paura” di Simona Vinci, è uno di quei libri che si legge tutto d’un fiato. La storia di una donna, l’autrice stessa, che ha sofferto e, probabilmente come lei stessa ammette, soffrirà per sempre d’ansia, attacchi di panico e depressione. Il “ male oscuro”, il “ male del nostro secolo”, che colpisce sempre più persone di ogni genere ed età, s’impossessa ciclicamente della protagonista, spingendola a pensieri indicibili, che lei, invece, trova il coraggio di raccontare. Perchè la paura è un sentimento irrazionale, che però, inevitabilmente, tutti proviamo almeno una volta nella vita, che va affrontato a viso aperto, vissuto ed attraversato fino in fondo, per essere compreso ed accettato. Riconoscersi nelle pagine di questo racconto di vita è facile, ma allo stesso tempo porta a riflessioni profonde, impone di fermarsi nella lettura per ripensare a sensazioni provate molto simili a quelle descritte dall’autrice, a ricordare eventi traumatici, che ci hanno segnato. Indipendentemente dal fatto di soffrire o di aver sofferto di attacchi di panico o depressione, è possibile scorgere da questa testimonianza aspetti comuni e dolorosi di qualunque vita umana. Una lettura, dunque, consigliata a tutti!

Alcune citazioni tratte dal libro:

“Ero io la donna che non c’era. Ero io la donna che non è niente, che non sa e non vuole risolversi a essere qualcosa, perché qualunque definizione l’annienterebbe.

Ero io che avevo trentacinque, trentasei, trentasette, trentotto, trentanove, quarant’anni e non sapevo cosa volessi dalla vita. Ero quella che osservava da fuori la vita degli altri, quella che percepiva la verità della propria esistenza dietro una porta chiusa. Separata dagli altri. Quegli altri che però erano, cosí,scoprii proprio in quella stanza, l’unico modo che avevo per parlare di me. Per similitudine od opposizione.

Non esiste io senza tu.

Sono fatti della stessa materia, sono la stessa cosa.”

“Non mi è mai piaciuto chiedere aiuto, non mi è mai piaciuto dovermi sentire in debito con qualcuno.Ho sempre cercato di cavarmela da sola anche nei momenti di difficoltà ed è stato proprio il periodo in cui ho capito che questa condizione di presunta ed esibita invulnerabilità che mi infliggevo era una condanna e non una salvezza, a insegnarmi qualcosa su di me. Imparare a chiedere aiuto è stato fondamentale, e ancora, piú che chiedere aiuto a delle persone specifiche per portare a termine compiti specifici, è stato fondamentale rendermi conto che il mondo–gli Altri –non era una prigione di disinteresse, che ovunque mi trovassi –in un supermercato, su un autobus, su un treno, davanti a un pubblico –avrei potuto guardare negli occhi qualcuno e rivelargli la mia fragilità, ammettere un disagio, e un bisogno, lasciar scivolare la corazza e mostrarmi per com’ero: vulnerabile. Al massimo sarei stata ferita di nuovo. E quindi? Tanto lo ero già. “

“«Rinuncia a tutto: non avrai piú paura di niente». Cosa significa?Come si fa a rinunciare a tutto? Non è possibile. Però è possibile rinunciare al controllo. Rinuncia a voler fare, voler essere, semplicemente fa’, e sii, nel momento presente. Esiste solo il presente, il resto sono costruzioni mentali,gabbie che noi stessi costruiamo a noi stessi e trappole che inneschiamo senza rendercene conto. Non ce la fai?Continua.Continua a rinunciare. Continua a lasciar andare, prima o poi qualcosa accadrà, anzi, qualcosa cadrà, ed è forse nella caduta che si sprigiona l’essenza di ogni essere umano. Come scriveva Samuel Beckett: «Ho provato.

Ho fallito. Prova ancora. Fallisci meglio».Lo so, è piú facile a dirsi che a farsi, ma non ho trovato alternative. Quando la mia ansia e la mia paura raggiungono i livelli di guardia io immagino tutto il peggio che può accadere, lo visualizzo, lo lascio scorrere nella mente, lo percepisco come reale in ogni cellula.Ogni volta qualcosa di me muore, ma quando questo flusso mi ha attraversata, mi rialzo, e ricomincio a provare.”

Alaska

Lingua originale Italiano, francese
Paese di produzione Italia, Francia
Anno 2015
Durata 125 min
Genere drammatico, sentimentale
Regia Claudio Cupellini
Soggetto Claudio Cupellini
Sceneggiatura Claudio Cupellini, Filippo Gravino, Guido Iuculano
Produttore Fabrizio Donvito, Marco Cohen, Benedetto Habib
Casa di produzione Indiana Production, 2.4.7. Films, Rai Cinema con il contributo del MiBACT
Distribuzione (Italia) 01 Distribution
Fotografia Gergely Pohárnok
Montaggio Giuseppe Trepiccione
Musiche Pasquale Catalano
Scenografia Paki Meduri
Costumi Mariano Tufano
Interpreti e personaggi
Elio Germano: Fausto
Àstrid Bergès-Frisbey: Nadine
Valerio Binasco: Sandro
Elena Radonicich: Francesca
Paolo Pierobon: Marco
Pino Colizzi: Alfredo Wiel
Marco D’Amore: Toni
Antoine Oppenheim: Nicolas
Roschdy Zem: Benoit

“ Alaska” narra la storia d’amore fra due ragazzi soli e disincantati.

Fauto e Nadine s’incontrano per caso in un lussuoso albergo di Parigi: lui è un giovane cameriere italiano, che sogna di diventare maitre, mentre lei è un’aspirante modella, che si trova lì per un casting.

I due iniziano a parlare mentre fumano una sigaretta, Fausto è da subito ammaliato da Nadine, lei, invece, all’inizio è diffidente, ma poi si lascia convincere ad entrare nella suite più costosa dell’albergo. Lì i due ragazzi vengono però sorpresi dal cliente che rientra inaspettatamente in camera e , credendo che i due ragazzi stessero rubando, chiama la direzione dell’hotel e la Polizia, allora Fausto, che teme di perdere il lavoro, aggredisce il cliente, procurandogli delle lesioni, e perciò finisce in carcere.

Nei due anni di detenzione Fausto scrive ogni settimana a Nadine, che nonostante sia praticamente una sconosciuta, per lui diventa una ragione di vita. Fausto si scopre profondamente innamorato di quella ragazza bella, ma dagli occhi tristi.

Lei non risponde alle lettere, nel frattempo si è trasferita a Milano ed è diventata una modella di successo. Ma, quando Fausto viene liberato,a sorpresa, Nadine è lì ad aspettarlo, fuori dal carcere. Fausto e Nadine sono cambiati: lei frequenta il jet set milanese, lui non ha un soldo in tasca, ma tanta voglia di riscattarsi.

I due vanno a vivere insieme, Fausto trova lavoro come magazziniere, Nadine continua a lavorare e a mettere da parte dei soldi. Sempre più innamorati, sembrano aver trovato un equilibrio, ma Fausto non è soddisfatto del proprio lavoro, è ambizioso, vuole sfondare,e così decide di investire tutti i risparmi di Nadine, a sua insaputa, nell’apertura di una discoteca, l’” Alaska”, insieme a Sandro, un uomo di mezz’età, anch’egli ambizioso e solo, conosciuto ad una festa a casa di amici di Nadine.

Questa scelta, che all’inizio Nadine non condivide, sembra allontanare le strade dei due, ma tra alti e bassi, la loro relazione continua.

Fausto e Nadine si riavvicinano e si separano, a fasi alterne, continuano a farsi del male, ma allo stesso tempo non riescono a fare a meno l’uno dell’altra, sono due anime disturbate che trovano un’apparente tranquillità solo quando sono vicine.

Un racconto di un amore, a tratti tossico, distruttivo,e a tratti salvifico; una storia in cui trovano spazio anche altri temi, come la precarietà della vita e dei sentimenti, l’ambizione sfrenata, la difficoltà di vivere il presente senza perdere i propri sogni.

Una storia di formazione a tutti gli effetti, narrata attraverso dei personaggi autentici, fatti di luci ed ombre, che vivono intensamente, alla costante ricerca di un’inafferrabile felicità.

Saggi #2:Nel Giappone delle donne

In questo interessante saggio Antonietta Pastore, traduttrice di numerosi romanzi della letteratura giapponese, delinea un quadro sulla condizione della donna in Giappone, Paese nel quale lei stessa ha trascorso quasi vent’anni della sua vita, attraverso il racconto di donne che ha conosciuto in quel periodo.

Il libro si snoda in capitoli dedicati al matrimonio ,al divorzio, all’istruzione, al lavoro,alla tradizione, al femminismo,all’adolescenza ed infine alla terza età. 
L’autrice parte da una riflessione iniziale relativa alla contraddizione che contraddistingue la figura femminile in Giappone: da un lato le donne sono decise,efficienti, apparentemente molto libere, ma da un altro lato sono sormontate da inibizioni e condizionamenti sociali, oltre che dal maschilisismo che quotidianamente subiscono, non solo in ambito familiare, ma anche nel mondo del lavoro e in generale nelle relazioni sociali. In fondo il Giappone è un Paese fortemente ambivalente, in cui tradizione ed innovazione riescono a convivere, soprattutto grazie alla sua struttura sociale fondata sulla supremazia del gruppo, a discapito del singolo individuo, e grazie anche alla capacità delle donne di reggere gran parte del peso di tale ambivalenza. L’autrice traccia un interessante excursus storico dell’evoluzione del ruolo della donna nella società nipponica, partendo dalle origini della società matriarcale, la donna, per la sua capacità di procreare, godeva di gran considerazione nella società animista, tanto che era l’uomo  a entrare nella famiglia della moglie, e intorno alla figura materna era organizzata  la vita del clan, dalla naturalezza dei costumi. Anche il culto antichissimo  della dea del sole,Amaterasu, alla quale la leggenda fa risalire la famiglia imperiale, è una testimonianza di quest’originario matriarcato.
Successivamente, con l’affermarsi dei sistemi filosofici del buddismo e del confucianesimo, importati dalla Cina, si assiste ad un profondo cambiamento del ruolo della donna: la condizione femminile ,infatti, subì un peggioramento sul modello della società cinese, dove vigeva un patriarcato estremamente discriminatorio nei confronti delle donne, le quali  devono sempre obbedire prima al padre, poi al marito, infine al figlio)
La situazione  peggiorò ulteriormente alcuni secoli dopo,nell’era feudale Edo (1600-1868),  quando  l’indebolimento progressivo della corte e il consolidarsi del potere degli  shōgun e dei samurai portarono all’esaltazione delle  arti marziali e del valore militare: le donne vennero relegate in una posizione d’inferiorità e totale dipendenza, soprattutto nelle  classi sociali più alte,dove il rispetto per l’individuo era direttamente proporzionale alla sua abilità nel maneggiar la spada.

I samurai furono i primi a confinare le loro donne nel ruolo di mogli e madri devote, e a dare  una grandissima importanza alla castità delle loro spose.

Si è affermata nel corso dei secoli in Giappone la tendenza a dividersi in gruppi, in particolare la divisione tra uomini e donne è ancora fortemente presente nella società,nonostante molti passi avanti siano stati fatti per la parità tra i sessi, è ancora usuale ad esempio anche in circostanze comuni, come può essere quella di prendere posto ad una cerimonia pubblica, dividersi da un lato solo gli uomini, da un altro lato solo le donne.
Le donne giapponesi portano sia il retaggio della società feudale sia quello dell’antico matriarcato. Su di loro pesano i condizionamenti di una discriminazione secolare ma agiscono anche, attraverso la scuola, la moda, la musica, il cinema e i mass media, gli stimoli della democrazia.
Lo spaccato femminile della società giapponese raccontato dall’autrice offre la possibilità di conoscere uno dei tanti lati di un Paese in continua evoluzione, di fare un confronto con la condizione femminile occidentale , europea in particolare, e di riflettere sulle possibili conseguenze future degli attuali problemi della società contemporanea, ancora purtroppo maschilista e poco incline a riconoscere la parità di genere.

My Best of 2017

Come di consueto il mio bilancio sulle letture e i film dell’anno che sta per finire! 

1.

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Best 5 Films:

1.

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3.

​4.

​5.

Il Paese delle nevi, Y.Kawabata. 

 

In un luogo suggestivo sulla costa occidentale giapponese, in cui le alte e maestose montagne dominano l’intero paesaggio e i villaggi sottostanti, s’intrecciano le vite di Shimamura e della geisha Komako.
Shimamura è un uomo appassionato di arte, in particolare di danza e teatro, un vero esteta che nei giorni più freddi cerca ristoro alle terme, come molti altri uomini del mondo della politica e degli affari. Sul treno diretto al così detto ” paese delle nevi” incontra per la prima volta una donna che rappresenterà per lui l’essenza dell’amore. E’ una giovane donna che viaggia nel suo stesso vagone, in compagnia di uomo visibilmente malato, al quale dedica materne attenzioni. Shimamura la guarda affascinato durante l’intero tragitto, ne osserva il delicato profilo riflesso nel finestrino della carrozza. Giunto alla stazione termale rincontra la donna del treno e scopre che si chiama Komako e che è una geisha. Le geishe dei villaggi montani sono ragazze molto semplici, devote ai signori che intrattengono alle feste, son dunque ben diverse dalle geishe di città, artiste abili nel sedurre ricchi e potenti uomini, da cui farsi mantenere per tutta la vita.
Tra Komako e Shimamura s’instaura una relazione fatta di brevi dialoghi, molti sguardi; la giovane dimostra sin da subito la sua dedizione all’uomo, e ciò rappresenta la più alta forma d’amore nella società tradizionale giapponese. Il sentimento che lega i due sopravvive al lungo inverno, al distacco e si rinfocola l’anno successivo quando Shimamura torna al villaggio e ritrova Komako, bella ed affascinante come al primo incontro.
” Il paese delle nevi” è un romanzo stilisticamente raffinato,inserito nella più interessante letteratura tradizionale giapponese, in cui Kawabata esprime al meglio la sua arte poetica e la suggestiva cultura del suo Paese. 

Suggestioni nipponiche

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“Le canzoni di Narayama” è un breve e delicato romanzo apparso nel 1956 in Giappone, scritto da Fukazawa. Si tratta di una storia appartenente alla tradizione nipponica, legata alla morale e ai simboli del buddismo.
Le canzoni a cui allude il titolo dell’opera sono infatti dei componimenti popolari del Giappone centrale, che scandivano la dura vita nei villaggi di montagna.
Si narra la storia di un’anziana donna di nome O’Rin e della sua famiglia che vive nel ” villaggio di fronte” in mezzo alle montagne del Shinshù.
O’Rin ha settant’anni, un’età in cui gli abitanti del villaggio compiono il pellegrinaggio verso il ” dio di Narayama”, una montagna su cui volano i corvi, in segno di riconoscimento verso la famiglia, prima di passare a miglior vita. Una volta trovata una nuova moglie al figlio vedovo Tappei, O’Rin è pronta a partire, accompagnata proprio dal figlio, verso quello che sarà il suo ultimo viaggio.

L’ascensione verso la montagna è un percorso fatto di precise regole da osservare: non parlare,non voltarsi indietro, seguire il sentiero delle ” Sette Valli”. Il cammino intrapreso da O’Rin e Tappei è raccontato con autentica poesia, struggente è il momento in cui Tappei ritorna al villaggio da solo e non sa come dire ai suoi figli che nonna O’Rin non tornerà mai più.
“Le canzoni di Narayama”è un vero e proprio gioiello letterario che dà una rappresentazione dura e cruda della realtà di un tempo passato, ma che attraverso immagini suggestive e toccanti fa percepire al lettore il senso più profondo della pietà e dell’umana fratellanza.

#Citazioni

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“Ma in realtà, la spietatezza sta nell’aggrapparmi solo a me stessa quando dico: Questa sono io, e non ci vado dove non sopporto di andare – ad Amgash, Illinois – e non rimango sposata se non voglio; io mi prendo e mi scaravento nella vita, cieca come un pipistrello, ma in volo!
È questa la spietatezza, penso.”

“Quando tornai a New York dopo aver visto mio padre – e mia madre l’anno prima -, dopo averli visti per l’ultima volta, il mondo cominciò a sembrarmi diverso. Mio marito mi pareva un estraneo, le figlie adolescenti, lontane da gran parte della mia realtà. Ero decisamente disorientata. Non riuscivo a controllare il panico, come se la famiglia Barton – tutti e cinque, per quanto squinternati – fosse stata per me un’impalcatura di cui non conoscevo nemmeno la presenza finché non aveva cessato di esistere. Ripensavo a mio fratello e a mia sorella e allo smarrimento sulle loro facce alla morte di mio padre. Ripensavo a come noi cinque avessimo avuto una famiglia decisamente malata, ma mi rendevo anche conto di come le radici profonde di ciascuno fossero avvinghiate al cuore di tutti gli altri. Mio marito commentò: – Ma se nemmeno ti piacevano -. E sentirglielo dire accrebbe il mio spavento.”

“Io lo capisco il dispiacere che hanno avuto le mie figlie?
Sono convinta di sì, ma è possibile che loro la pensino diversamente. Eppure conosco anche troppo bene il dolore che noi figli ci stringiamo al petto, so che dura per sempre. E che ci procura nostalgie così immani da levarci perfino il pianto. Ce lo teniamo stretto, invece, e lo difendiamo da ogni assalto del cuore: Questo è mio, è mio, è mio.”